domenica 6 maggio 2012

Il giorno più lungo della Juve
Col Cagliari 2° match ball scudetto

Bianconeri in campo stasera
in contemporanea con il derby
di Milano. Conte: «La squadra
è carica, anzi devo calmarla»

MASSIMILIANO NEROZZI
torino
C’è chi guarda al passato e chi al futuro: «Galliani ha sul telefonino la foto del gol di Muntari? - sorride Antonio Conte - Io ho quella di mia figlia, Vittoria. Mi accontento di lei: anzi, non desidererei vedere altri sul mio cellulare, se non mia figlia». Che, non per caso, porta quel nome. Stavolta non è però vigilia di polemiche, perché l’ossessione di vincere assorbe tutta la Juve: pupille e neuroni sono sull’avversario di turno, non sul nemico stagionale. Dunque, si riparte dal menù di sempre: «Il pareggio con il Lecce non ha cambiato i nostri piani: dobbiamo vincere». Stasera, a Trieste, dove è emigrato di nuovo questo Cagliari vagabondo degli ultimi mesi. Casa dolce casa solo per le casse del presidente rossoblù Massimo Cellino, con ritocco dei prezzi modello benzina. Lo scudetto istantaneo, per i bianconeri, passa da una vittoria qui e da uno stop del Milan, pareggio o sconfitta è uguale, a San Siro, terreno di derby e buone notizie. Quel che sperano gli juventini, senza però illudersi più di tanto. Per adesso faranno appello alla buona stella, non ancora alla terza.

Prima del decollo, quello vero ieri poco dopo le cinque del pomeriggio, Conte indica la lista delle priorità: «Dico sempre che per vincere ci vogliono testa, cuore e gambe». In ordine non casuale. Testa e cuore ci sono: «I ragazzi sono pronti - racconta l’allenatore - molto convinti, preparati, sono sul pezzo. Sanno che è un momento importante, storico, che potrebbe farci entrare negli annali delle vittorie della Juventus». Non serviranno epocali chiamate alle armi, nello spogliatoio: «Non mi sembra che da un punto di vista motivazionale debba fare qualcosa di eccezionale, in queste ultime partite». Tutti vorrebbero spaccare il mondo, allargando l’area astronomica alla galassia dopo la beffa con il Lecce: «Forse devo un po’ calmierare la situazione e tenerli un po’ a freno, più tranquilli». Anche se poi tra tutti i dipendenti di casa Juve, da giorni, i più agitati paiono quelli cui non tocca scendere sul prato. In fondo, neppure possono tirare calci per scaricarsi. Chi, per scaramanzia, è fedele a rigide liturgie, dalle telefonate prima della sfida al paio di scarpe, chi invece pone mano agli amuleti anatomici, appena si accenna a un possibile scudetto bianconero. Si sfogliano gli astri pure tra i tifosi, se qualcuno rimarrà a Torino in attesa della squadra: «Per andare in trasferta mi sono già perso troppi festeggiamenti». Alla faccia della gufata. Molti altri invece andranno a Trieste, facendolo diventare domicilio bianconero. Anche ieri è stato difficile chiudere occhio, ma mai come mercoledì notte, subito dopo il pari con il Lecce. Come essersi bevuti una decina di caffè: «È inevitabile - spiega Conte - che tutti quanti, difficilmente abbiamo dormito, se non con l’utilizzo di gocce, perché tra adrenalina e tutto quello che era successo, non era facile prendere sonno». La delusione dovrà subito farsi esperienza: «Il calcio, come la vita, insegna che “adda passà ’a nuttata”. Dopo di che bisogna guardare avanti: e il nostro guardare avanti significa trovarci un punto in più classifica sul Milan, a due giornate dalla fine. Comunque, è un bel guardarsi avanti». L’allenatore pensa positivo, lasciando perdere i sassolini da levarsi in caso di scudetto, le «chicche» anticipate prima del Lecce che non hanno portato benissimo: «L’aspetto positivo è quello di essere tornati a vivere queste vigilie, perché magari nessuno se lo immaginava. Merito dell’imponente lavoro che è stato fatto nel giro di nove mesi dalla società, dallo staff tecnico, dai calciatori». Essere ancora in corsa, e non per i premi di consolazione, è già aver fatto bingo: «A due giornate dalla fine - sottolinea Conte - siamo qui a lottare per vincere lo scudetto, e questo ci deve riempire d’orgoglio. E stimolare ancora di più, farci capire che la strada intrapresa è quella giusta e che solo il lavoro fatto ci ha portato fin qui». E oltre: come spera e pensa, ma si guarda bene dal dire.

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