lunedì 7 maggio 2012

Da Ötzi il sangue umano più antico

Grazie alla nanotecnologia rilevata la presenza di globuli rossi sulle ferite della mummia del Similaun

Risale a oltre 5 mila anni fa
Da Ötzi il sangue umano più antico
Grazie alla nanotecnologia rilevata la presenza di globuli rossi sulle ferite della mummia del Similaun

La ricostruzione di Ötzi (da Museo archeologico dell'Alto Adige)   La ricostruzione di Ötzi (da Museo archeologico dell'Alto Adige)
MILANO - Sangue umano di 5 mila anni fa, il campione più antico a disposizione della ricerca. Manco a dirlo è ancora una volta Ötzi, la famosissima mummia emersa dal ghiaccio a fornircelo. Finora però, nonostante Ötzi sia la mummia più studiata al mondo (è stato decifrato tra l’altro il suo Dna e sono stati ricostruiti i suoi ultimi pasti dai residui di cibo conservati nel suo intestino) del suo sangue non si era ancora trovata traccia. Eppure l’uomo morì per un fatto di sangue, colpito da una freccia conficcatasi nella sua schiena e probabilmente dopo una violenta colluttazione con i suoi nemici che lo seguirono in alta quota sul ghiacciaio del Similaun in val Senales. Le analisi dell’aorta però non avevano portato ad alcun risultato. Ora un team italo-tedesco, composto da ricercatori dell’Eurac di Bolzano e della Technische Universität di Darmstadt in Germania, ha rivelato, grazie all’uso della nanotecnologia, la presenza di globuli rossi sulle sue ferite.
NANOTECNOLOGIE - «Finora non sapevamo quanto a lungo si potesse conservare il sangue, né tanto meno come si presentavano i globuli rossi dell’uomo durante l’età del rame», spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per le mummie e l’Iceman dell’Eurac. Lo studio su Ötzi ( i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Journal of the Royal Society Interface) può determinare secondo i ricercatori una svolta: nella moderna medicina legale infatti non è ancora completamente chiaro come definire con precisione l’età di una traccia di sangue trovata sulla scena del crimine. Le nanotecnologie (grazie alle quali Zink, insieme a Marek Janko e Robert Stark, entrambi ricercatori di scienze dei materiali a Darmstadt, hanno analizzato la microstruttura delle cellule sanguigne e dei più piccoli coaguli di sangue) possono portare a una svolta.
IL SANGUE DELLE FERITE - Il team di ricerca ha esaminato con un microscopio atomico sottili campioni di tessuto prelevati dalla ferita sulla schiena causata da una freccia e da una ferita da taglio sulla mano destra. L’apparecchio analizza i campioni grazie a una punta sottile che percorre minuziosamente le superfici di tessuto e, per mezzo di sensori, ne registra punto per punto la forma. Questa operazione consente di ottenere un modello digitale a tre dimensioni del tessuto. Sulle superfici è stata così scoperta la presenza di globuli rossi con la loro classica forma «a ciambella». Con un’altra tecnologia sofisticata (la spettroscopia Raman) è stato confermato che si tratta di impronte di cellule del sangue e non di polline, batteri o di un’impronta lasciata da altre cellule. Questa tecnica illumina i campioni di tessuto con una luce intensa, grazie alla quale si riescono a identificare le diverse molecole per mezzo di uno spettro di dispersione della luce. Questo metodo ha confermato che i globuli rossi di Ötzi hanno lo stesso aspetto dei campioni moderni di sangue umano.
FIBRINA - Oltre ai globuli rossi, l’analisi ha rivelato tracce di fibrina, una proteina che regola la coagulazione del sangue. «La fibrina», spiega Zink, «emerge nelle ferite fresche e successivamente tende a diminuire. Questo conferma la tesi che Ötzi sia morto subito dopo esser stato ferito dalla freccia e non nei giorni successivi, come era stato ipotizzato inizialmente».

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